Lasciò nondimeno il Grimaldi d'immergersi nelle cure del foro, non riguardandolo come oggetto che dovesse interamente assorbire il prezioso tempo delle sue applicazioni, ed assoggettare il fervore dei suoi talenti e la forza del suo spirito attirato da oggetti più sublimi e più generali. Restò egli per alcuni anni nel silenzio, ma non nel riposo, poiché l'attitudine formatasi allo studio ed alla meditazione era il stato di piacere della sua anima vigorosa, che quindi sentiva il più vero bisogno di di pascersi e nudrirsi d'idee e sentimenti analoghi al suo carattere deciso. Questo vigore di sensibilità, che sempre accompagna i talenti superiori perché li crea, non permette che lo spirito resti confinato dalla stretta circonferenza delle idee e delle virtù comuni. Sorse quindi quel sentimento di perfezione, unico scopo del genio e della virtù, che fermentando nelle anime sublimi tenta tutte le vie per aprirsi la strada all'utile gloria ed alla verità.
Nella vecchia storia della filosofia, cioè dei progressi della ragione e degli errori, vide il Grimaldi i grandi sforzi degli antichi filosofi, che non più contenti d'una morale di proverbi, parabole e sentenze, si studiarono di ridurla a principi generali che potessero condurre l'uomo in tutto l'uso della vita. Ma esaminando particolarmente la dottrina e condotta loro, vide quanto è difficile una lunga epoca della ragione. Trovò nondimeno fra quegli antichi istitutori e maestri di morale un filosofo che fissò tutta la sua attenzione: e questi fu Diogene, del quale volle scrivere la vita (a).
Credette alcuno ch'egli imprendesse quasi per gioco sì fatto assunto; ma chi ha letto questo nobile opuscolo può giudicare della verità della sua intenzione. Egli fece vedere in Diogene non quel cinico descrittoci da Laerzio, non quell'impudente che ci dipinsero gli altri, né quello stravagante te che comunemente è creduto; ma provò ad evidenza che quel filosofo fu il più conseguente, giacché le azioni corrisposero sempre alla sua dottrina: e codesta era la più vera, la più utile, la più giusta che fosse stata dettata insino allora. Sinope, Corinto ed altre città serbano la memoria di quell'illustre uomo coi bronzi e con i marmi, ma non poterono salvar la di lui fama presso l'invidia posterità. Grimaldi nel secolo XVIII rinnalza Diogene su i monumenti erettigli dai suoi compatrioti e diviene il restitutore della di lui fama, e della di lui virtù.
La morale di Socrate era divenuta puramente nominale, quando a Diogene sorse il talento di reintegrarla ad uso dell'umanità. Il principio della morale pratica par che consista nella facilitazione della virtù. Non basta il dipingerne le bellezze, l'indicarne le attrattive, l'avvivarne il quadro col più vago colorito, se poi ci si mostra divisa ed isolata dall'insormontabile vallo del dolore. Diogene volle dimostrare che questo divisorio è d'invenzione umana, è creato nella società, e che bisogna perciò ravvicinarsi alla natura.
Questa vera osservazione gli indicò la temperanza per un principio fondamentale della virtù. La temperanza non è un'idea assoluta: essa ha una gradazione di beni da un estremo all'altro della sua linea. L'uomo, questo animale privilegiato, che può vivere in tutti i climi e nudrirsi di tutti gli alimenti, ha più facilità alla sussistenza. È dunque un effetto dell'educazione quello che gli dà quantità di bisogni, che non vengono dalla dalla natura. L'uomo diviene così un aggregato di bisogni e di desideri, che accrescono in ragion diretta la sua sensibilità al dolore, senza proporzione relativa al piacere ed alla felicità. Se questo spiacevole accrecimento di sensibilità è effetto dell'educazione, esso è opera dell'uomo, è di creazione sociale; vi è dunque tutta la possibilità d'abolirlo. Si può essere decentemente coperto d'un pallio senza infelicitarsi per non avere indosso le gemme ed i preziosi metalli; si può vivere bene e sano senza essere velato dalle leggerissime spoglie dell'Oriente o soffocato sotto i rarissimi velli del Settentrione: e, se dell'aria comune la più respirabile è la più libera, si può vivere, e meglio, senza le stanze ermeticamente chiuse, senza che siano riccamente foderate, e senza richiamare tutte le arti e tutti i climi ad estenuarci ed estinguerci nella mollezza. Tutte le eccedenti ricchezze s'acquistarono forse alle spese della virtù; aveva dunque egli ragione di vedere la temperanza come la base principale di essa.
Ma se per la virtù è necessaria quella tal disposizione abituale dell'animo che si chiama tranquillità, questa è similmente figlia della temperanza: l'animo distratto dalle passioni disanaloghe alla natura dell'uomo, cioè non tranquillo, non può essere virtuoso.
Diogene non diceva: "fatti del dolore la strada alla virtù", tristo comando alla natura umana. Non diceva: "divieni apatico ed insensibile", altro precetto peggiore e non conducente alla perfezione morale. Diceva solo: "sii temperante che sarai tranquillo", ed essendo l'uno e l'altro puoi essere virtuoso."
Finché l'uomo è distratto da sensazioni vaghe, immerso nei desideri, lacerato dalle passioni, non sentirà che se stesso; ma quando né i bisogni, né le idee, né le immaginazioni tumultuarie lo tormentano, egli deve essere necessariamente benefico, cioè virtuoso. Se le ricchezze fossero sempre necessarie all'esercizio della beneficenza, la virtù sarebbe solo riposta nell'uso dei metalli, ed il non ricco non potrebbe essere giammai virtuoso. La virtù, nel sistema di Diogene, non doveva essere un fantasma dell'immaginazione, un'astrazione per alimentare le dispute dei moralisti; ma bensì il partaggio dell'umanità, il vero sistema della beneficenza universale. Se la virtù è nell'azione, e quest'azione dev'essere facile, equabile, pronta, Diogene voleva render l'uomo libero dagli inutili ceppi fabbricati a se stesso, per renderlo attivo, benefico, virtuoso. Uno sguardo anche passeggero sulla morale esistente prova la verità e la profondità delle ciniche osservazioni.
Qual era dunque la serie ragionata e conseguente delle idee morali di Diogene? Temperanza, indipendenza, libertà, tranquillità, beneficenza, virtù tutte nascenti l'una dall'altra, tutte conducenti per la più agevole strada alla meta della morale.
La Vita di Diogene non smentì i di lui principi. Egli visse libero, tranquillo e contento, cioè virtuoso e felice. Apostolo della verità e della virtù, egli non fece che predicarle. Un re ed un ilota erano eguali agli occhi di lui: la verità e la virtù faceva egualmente il loro bisogno. Diogene rispettava le leggi e la pubblica autorità da vero filosofo, cioè approvando quelle che erano dirette al pubblico bene, ed indiziando quelle che mancavano di questo fine. Venerava la religione; ma ne abominava l'intolleranza e l'abuso, che conduce sempre alla superstizione. Rideva di quei tanti impostori che anche in quei tempi sotto vario manto e varie regole dividevansi il culto e le sostanze dei devoti. Si vuole che dissuadesse e disapprovasse il vincolo coniugale; ma come fargliene un delitto? Che altro vedeva egli nelle società dei suoi tempi che la trista alternativa di nobili e plebei, di ricchi e miserabili, di tiranni e di schiavi? Un filosofo non può amare la moltiplicazione e la riproduzione di queste razze degenerate dallo stato prescritto loro dalla natura.
Diogene non morì, come Socrate, martire della verità e della virtù: egli ritornò nel seno della natura così spontaneamente come ne era uscito. La distruzione e la riproduzione dei corpi organizzati è nelle sue immutabili e costanti leggi, che non spaventano il filosofo, il contemplatore della natura, l'amico della ragione.
La vita di Diogene rettificata da una critica imparziale ci mostra un modello di vera vita virtuosa in tutte le circostanze e situazioni. Non fu dunque né per gioco, né per gloria, né per vanità che il Grimaldi imprese a dettagliarne le azioni e la dottrina, ma per rendere un giusto tributo a quel filosofo cui aveva cercato d'imitare, o per partecipare al pubblico un vero momodello di filosofica virtù. Egli si dichiara in più luoghi della sua opera che lo stato attuale delle società non comporterebbe una vita esteriore come quella di Diogene; ma che egli lo propone come un modello al quale quanto più l'uomo s'accosta, più s'avvicina alla perfezione. Non altrimenti fece Grimaldi. Le virtù di Diogene furono le sue. Ne chiamiamo in testimonio gli amici che lo hanno veduto in tutti i punti della sua vita. La temperanza dei suoi desideri, la tranquillità dell'animo suo, la verità e la sincerità dei suoi sentimenti, la libertà del suo spirito, il coraggio e l'amore per la verità, la tolleranza dei mali, l'amor della pubblica beneficenza, il sentimento costante dei doveri, e tutto condito ed addolcito da una sensibilità purificata, lo resero rispettabile come Diogene, ma più amabile, perché seppe combinare i principi e l'uso della virtù con tutta la decenza della vita sociale, e coll'esercizio di quelle funzioni e doveri che formavano la sua civile esistenza.
(a) In Napoli 1777.

Nessun commento:
Posta un commento