Non sono certamente le idee astratte e le sublimi nozioni che possono far meritare il titolo rispettabile di filosofo. Se la virtù non è posta in azione, se le grandi idee non diventano di qualche uso, se la fiaccola s'asconde sotto il moggio, non solo si è in colpa, ma si è reo di lesa umanità; colpa che meriterebbe maggior castigo che il disprezzo e l'obblio. Sentiva Grimaldi nel più vivo dell'animo questa verità, e perciò vediamo come la sua vita fu una continua serie di meditazioni e d'azioni tutte coordinate allo stesso fine di migliorar se stesso, e di essere utile agli altri. Quindi i suoi non interrotti studi e le continue meditazioni lo condussero alle più estese cognizioni e alle più utili che si possano acquistare.
Or quando lo spirito è abbondantemente nutrito d'idee e di cognizioni varie, quando è già lungamente abituato al difficile esercizio di molti e conseguenti raziocini, quando codesti sono specialmente diretti verso qualche oggetto particolare, che perciò divien dominante: l'animo prova una certa inquietezza e quasi un'oppressione da questa folla di pensieri, e par che sia costretto a liberarsene. Chiunque ha scritto sopra qualche oggetto particolare e lungamente meditato, ha dovuto provare in se questo sentimento penoso. Quindi la volgare espressione di chiamare le opere parti dello spirito, non manca di una verità nella sua origine: ma non tutti i parti sono regolari.
Ho indicato antecedentemente la predilezione che il Grimaldi ebbe sempre per le idee morali, e la facilità che aveva di richiamarle ai principi più sublimi, e di renderle più attive e feconde: ma dopo d'avere per più lungo tempo esteso le sue applicazioni su tali oggetti li vide in tutta l'ampiezza della quale sono capaci, e fra tanti fenomeni morali che presenta la società, fu specialmente colpito da quello che stende il suo dominio su tutti i punti dell'esistenza, dico della morale ineguaglianza.
A tutti sono note le riflessioni che l'eloquente Gian-Giacomo portò su questo punto; ma la ragione trasportata dall'entusiasmo lasciò dei gran vuoti fra le idee principali, balzò agli estremi obliando le idee intermedie e necessarie, guardò l'oggetto lateralmente, e quindi fra molte vere e nobili osservazioni ci presentò dei paradossi in luogo di tranquilli ragionamenti ed utili risultati. Vide intanto il Grimaldi di quale utile fosse il ritornare solidamente a quest'oggetto, che è quasi la base della morale e della politica. Prescelse quindi un campestre ed isolato soggiorno; e lungi da ogni distrazione, impenetrabile anche agli amici ed alla famiglia, concentrato lo spirito in questa idea principale, impetrava dalla natura la rivelazione delle verità più utili all'uomo. In codesto stato egli delineò il piano delle sue Riflessioni sopra l'Ineguaglianza tra gli uomini (a).
Le sue prime considerazioni gli scoprirono che la base dell'ineguaglianza è nella natura. L'ineguaglianza fisica è perciò la generatrice delle altre: è dunque legata ad un ordine: è per conseguenza una legge immutabile ed eterna. Le stesse ricerche preliminari, che fa su questo punto, portano l'espresso carattere della novità. Colla più seria attenzione poi assottiglia il suo sguardo per penetrare nei più complicati recessi di quest'essere sublimemente organizzato, che si chiama uomo. I più tenui rapporti non sono negletti; e combina una meravigliosa moltiplicità di cognizioni per farsi strada all'oggetto. La fisica, la fisiologia, la storia naturale, quella particolare dell'uomo e delle società, tutto è da esso ordinatamente richiamato a dare il risultato che si era proposto, cioè, a far conoscere l'essenza reale di questo composto meraviglioso.
Incominciando dal punto principale, cioè dall'ineguaglianza generale degli esseri organizzati, passa all'esame particolare della ineguaglianza che nasce dalla diversa destinazione degli individui della stessa specie. Osserva che la differenza sessuale si va distinguendo a poco a poco dagli esseri più semplici o meno complicati fino ai più composti e perfetti. Che questa differenza porta per necessità di natura una ineguaglianza distintissima nel temperamento, nella forza, nel carattere, nelle passioni, ed in tutto ciò che si chiama meccanismo e sensibilità.
Si trattiene poi ad osservare la dissomiglianza in generale degli esseri organizzati; e riducendo questo paragone alla differenza che vi ha fra il meccanismo dell'uomo e quello degli altri corpi organici, rileva qual sia l'essenza fisica propria della specie umana. Si apre quindi la strada ad esaminare quasi geograficamente le differenze, e quindi l'ineguaglianza dei popoli e delle nazioni. Egli scorre con abbondante ed adatta erudizione la superficie tutta del globo, indicando le cagioni principali e le concause che rendono gli esseri della stessa specie tanto dissimili gli uni dagli altri, e come questa dissomiglianza fisica porti nel tempo la morale. Ha riflettuto e dimostra che la sola differenza di climi non poteva produrre questo rilevantissimo effetto, ma che la situazione locale, la qualità dell'aria, le maniere diverse di vivere, di nudrirsi, d'abitare vi concorrono necessariamente, e sono forse cause ed effetti nel tempo stesso. La natura ha prescritto dappertutto la legge dell'ineguaglianza. Gli uomini sono ineguali, come le piante della stessa specie in diverso clima ed in diverso suolo, e come differenti sono ancora gli alberi della stessa selva. Le cagioni sono qualche volta impercettibili, ma gli effetti ne manifestano l'esistenza.
Da questa ineguaglianza più apparente, par che divenga una conseguenza necessaria quella della sensibilità. Nel tempo stesso che l'autore sbandisce la metafisica delle scuole, tratta i più malagevoli e spinosi punti della psicologia, e combattendo ora i sistemi ora le ipotesi e le sottigliezze, si fa strada alla realtà. Per una lunga serie di osservazioni egli gradatamente giunge a stabilire: Che la sensibilità negli esseri organici siegue i gradi del loro meccanismo; e che la differenza che vi è fra il cervello dell'uomo e quello degli altri animali costituisce la caratteristica essenziale della nostra sensibilità paragonata colla loro.
Checché ne sia della sensibilità assoluta, vi sono dei corpi più o meno conduttori, ma il più d'ogni altro è l'uomo. L'esame particolare degli organi dei nostri sensi, paragonati con quelli degli altri esseri sensibili, ne comprova maggiormente l'assunto, che anche più resta dilucidato colla dichiarazione di ciò che si chiama senso interno, punto centrale della sensibilità e che par che segua la gradazione del meccanismo e della sensibilità istessa. Ciocché l'autore ha ridotto nel cap. V della prima parte basterebbe per fare un'opera illustre.
L'esame che egli fa della sensibilità, riducendola quasi agli elementi primitivi che la formano e la generano, dimostra che essa non può essere eguale fra gli uomini; e rileva la spiacevole verità che il tuono fondamentale della sensibilità è il dolore: tristo partaggio di quest'essere, di cui divien principio di moto, e di sviluppo d'attività in tutta l'estensione.
Alla sensibilità siegue l'intelligenza come l'effetto alla causa, e che per conseguenza deve portar l'istesso carattere della sua genitrice. Questa è forse l'ineguaglianza la più espressa fra gli uomini; ma a dir vero la meno fastidiosa. I piaceri dell'intelligenza sublime non s'acquistano forse che alle spese dell'esistenza e della vita. Ne fu un esempio funesto il nostro Grimaldi medesimo.
Dalla sensibilità e dall'intelligenza risultano le passioni e ne portano il carattere. Chi non ne vede continuamente l'ineguaglianza? Due illustri moralisti francesi, due nomi immortali per i progressi dalla filosofia, Montesquieu ed Helvétius, sostennero le cause uniche delle differenze generali fra gli uomini, l'uno rapportando tutto alle cause fisiche, l'altro alle morali; ma l'amor del sistema nascose alla loro vista la chiara verità che rivela la natura.
Se la sensibilità e l'intelligenza fanno nascere le passioni, sono queste che determinano la volontà. Tutto dunque è ineguaglianza; dai primi composti fisici fino ai più sublimi risultati morali, tutto siegue questa legge eterna ed inevitabile della natura.
Lo stato d'ineguaglianza morale, cioè dell'uomo come essere pensante, è estesamente sviluppato nel secondo tomo di codesta opera, dimostrandovisi che questa ineguaglianza è in ragion composta delle facoltà intellettuali dipendenti dal meccanismo particolare degli individui, e dalle cause esteriori che più o meno si combinano o si coordinano a svilupparla.
L'uomo è in relazione con tutti gli esseri che lo circondano. Ogni sensazione o piacevole o dolorosa fa una parte della sua vita o della sua esistenza; e questo è nell'ordine eterno della natura, perché i rapporti degli oggetti fra di essi e con l'uomo sono figli di quella essenza delle cose, che forse la natura ci ha velata per sempre; ma sono quindi necessari come la loro stessa esistenza.
La sensibilità è il mezzo che lega l'uomo agli altri esseri: questa facoltà che si estende, si nobilita, si sublima, a dinque vari gradi relativi a se stessa ed agli effetti che la percuotono. Quindi la diversità dei bisogni e quindi delle percezioni, delle idee e dei sentimenti, che colle necessarie attenzioni sviluppano le intellettuali facoltà. Ora essendo riconosciuta l'ineguaglianza della sensibilità dipendente dalla differenza del particolar meccanismo, ne siegue necessariamente che le impressioni degli oggetti esteriori non sieno neppur simili ed eguali negli individui. Ed ecco come la diversità di bisogni e di desideri,
(a) In Napoli 1779-80.

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