domenica 23 agosto 2026

Elogio di Francescantonio Grimaldi, scritto da Melchiorre Delfico (1784). 6.Riflessioni sopra l'Ineguaglianza.



Non sono certamente le idee astratte e le sublimi nozioni che possono far meritare il titolo rispettabile di filosofo. Se la virtù non è posta in azione, se le grandi idee non diventano di qualche uso, se la fiaccola s'asconde sotto il moggio, non solo si è in colpa, ma si è reo di lesa umanità; colpa che meriterebbe maggior castigo che il disprezzo e l'obblio. Sentiva Grimaldi nel più vivo dell'animo questa verità, e perciò vediamo come la sua vita fu una continua serie di meditazioni e d'azioni tutte coordinate allo stesso fine di migliorar se stesso, e di essere utile agli altri. Quindi i suoi non interrotti studi e le continue meditazioni lo condussero alle più estese cognizioni e alle più utili che si possano acquistare.
Or quando lo spirito è abbondantemente nutrito d'idee e di cognizioni varie, quando è già lungamente abituato al difficile esercizio di molti e conseguenti raziocini, quando codesti sono specialmente diretti verso qualche oggetto particolare, che perciò divien dominante: l'animo prova una certa inquietezza e quasi un'oppressione da questa folla di pensieri, e par che sia costretto a liberarsene. Chiunque ha scritto sopra qualche oggetto particolare e lungamente meditato, ha dovuto provare in se questo sentimento penoso. Quindi la volgare espressione di chiamare le opere parti dello spirito, non manca di una verità nella sua origine: ma non tutti i parti sono regolari.
Jean-Jacques Rousseau

Ho indicato antecedentemente la predilezione che il Grimaldi ebbe sempre per le idee morali, e la facilità che aveva di richiamarle ai principi più sublimi, e di renderle più attive e feconde: ma dopo d'avere per più lungo tempo esteso le sue applicazioni su tali oggetti li vide in tutta l'ampiezza della quale sono capaci, e fra tanti fenomeni morali che presenta la società, fu specialmente colpito da quello che stende il suo dominio su tutti i punti dell'esistenza, dico della morale ineguaglianza.
A tutti sono note le riflessioni che l'eloquente Gian-Giacomo portò su questo punto; ma la ragione trasportata dall'entusiasmo lasciò dei gran vuoti fra le idee principali, balzò agli estremi obliando le idee intermedie e necessarie, guardò l'oggetto lateralmente, e quindi fra molte vere e nobili osservazioni ci presentò dei paradossi in luogo di tranquilli ragionamenti ed utili risultati. Vide intanto il Grimaldi di quale utile fosse il ritornare solidamente a quest'oggetto, che è quasi la base della morale e della politica. Prescelse quindi un campestre ed isolato soggiorno; e lungi da ogni distrazione, impenetrabile anche agli amici ed alla famiglia, concentrato lo spirito in questa idea principale, impetrava dalla natura la rivelazione delle verità più utili all'uomo. In codesto stato egli delineò il piano delle sue Riflessioni sopra l'Ineguaglianza tra gli uomini (a).

Le sue prime considerazioni gli scoprirono che la base dell'ineguaglianza è nella natura. L'ineguaglianza fisica è perciò la generatrice delle altre: è dunque legata ad un ordine: è per conseguenza una legge immutabile ed eterna. Le stesse ricerche preliminari, che fa su questo punto, portano l'espresso carattere della novità. Colla più seria attenzione poi assottiglia il suo sguardo per penetrare nei più complicati recessi di quest'essere sublimemente organizzato, che si chiama uomo. I più tenui rapporti non sono negletti; e combina una meravigliosa moltiplicità di cognizioni per farsi strada all'oggetto. La fisica, la fisiologia, la storia naturale, quella particolare dell'uomo e delle società, tutto è da esso ordinatamente richiamato a dare il risultato che si era proposto, cioè, a far conoscere l'essenza reale di questo composto meraviglioso.
Incominciando dal punto principale, cioè dall'ineguaglianza generale degli esseri organizzati, passa all'esame particolare della ineguaglianza che nasce dalla diversa destinazione degli individui della stessa specie. Osserva che la differenza sessuale si va distinguendo a poco a poco dagli esseri più semplici o meno complicati fino ai più composti e perfetti. Che questa differenza porta per necessità di natura una ineguaglianza distintissima nel temperamento, nella forza, nel carattere, nelle passioni, ed in tutto ciò che si chiama meccanismo e sensibilità.

Si trattiene poi ad osservare la dissomiglianza in generale degli esseri organizzati; e riducendo questo paragone alla differenza che vi ha fra il meccanismo dell'uomo e quello degli altri corpi organici, rileva qual sia l'essenza fisica propria della specie umana. Si apre quindi la strada ad esaminare quasi geograficamente le differenze, e quindi l'ineguaglianza dei popoli e delle nazioni. Egli scorre con abbondante ed adatta erudizione la superficie tutta del globo, indicando le cagioni principali e le concause che rendono gli esseri della stessa specie tanto dissimili gli uni dagli altri, e come questa dissomiglianza fisica porti nel tempo la morale. Ha riflettuto e dimostra che la sola differenza di climi non poteva produrre questo rilevantissimo effetto, ma che la situazione locale, la qualità dell'aria, le maniere diverse di vivere, di nudrirsi, d'abitare vi concorrono necessariamente, e sono forse cause ed effetti nel tempo stesso. La natura ha prescritto dappertutto la legge dell'ineguaglianza. Gli uomini sono ineguali, come le piante della stessa specie in diverso clima ed in diverso suolo, e come differenti sono ancora gli alberi della stessa selva. Le cagioni sono qualche volta impercettibili, ma gli effetti ne manifestano l'esistenza.
Da questa ineguaglianza più apparente, par che divenga una conseguenza necessaria quella della sensibilità. Nel tempo stesso che l'autore sbandisce la metafisica delle scuole, tratta i più malagevoli e spinosi punti della psicologia, e combattendo ora i sistemi ora le ipotesi e le sottigliezze, si fa strada alla realtà. Per una lunga serie di osservazioni egli gradatamente giunge a stabilire: Che la sensibilità negli esseri organici siegue i gradi del loro meccanismo; e che la differenza che vi è fra il cervello dell'uomo e quello degli altri animali costituisce la caratteristica essenziale della nostra sensibilità paragonata colla loro.

Checché ne sia della sensibilità assoluta, vi sono dei corpi più o meno conduttori, ma il più d'ogni altro è l'uomo. L'esame particolare degli organi dei nostri sensi, paragonati con quelli degli altri esseri sensibili, ne comprova maggiormente l'assunto, che anche più resta dilucidato colla dichiarazione di ciò che si chiama senso interno, punto centrale della sensibilità e che par che segua la gradazione del meccanismo e della sensibilità istessa. Ciocché l'autore ha ridotto nel cap. V della prima parte basterebbe per fare un'opera illustre.
L'esame che egli fa della sensibilità, riducendola quasi agli elementi primitivi che la formano e la generano, dimostra che essa non può essere eguale fra gli uomini; e rileva la spiacevole verità che il tuono fondamentale della sensibilità è il dolore: tristo partaggio di quest'essere, di cui divien principio di moto, e di sviluppo d'attività in tutta l'estensione.
Alla sensibilità siegue l'intelligenza come l'effetto alla causa, e che per conseguenza deve portar l'istesso carattere della sua genitrice. Questa è forse l'ineguaglianza la più espressa fra gli uomini; ma a dir vero la meno fastidiosa. I piaceri dell'intelligenza sublime non s'acquistano forse che alle spese dell'esistenza e della vita. Ne fu un esempio funesto il nostro Grimaldi medesimo.

Dalla sensibilità e dall'intelligenza risultano le passioni e ne portano il carattere. Chi non ne vede continuamente l'ineguaglianza? Due illustri moralisti francesi, due nomi immortali per i progressi dalla filosofia, Montesquieu ed Helvétius, sostennero le cause uniche delle differenze generali fra gli uomini, l'uno rapportando tutto alle cause fisiche, l'altro alle morali; ma l'amor del sistema nascose alla loro vista la chiara verità che rivela la natura.
Se la sensibilità e l'intelligenza fanno nascere le passioni, sono queste che determinano la volontà. Tutto dunque è ineguaglianza; dai primi composti fisici fino ai più sublimi risultati morali, tutto siegue questa legge eterna ed inevitabile della natura.
Lo stato d'ineguaglianza morale, cioè dell'uomo come essere pensante, è estesamente sviluppato nel secondo tomo di codesta opera, dimostrandovisi che questa ineguaglianza è in ragion composta delle facoltà intellettuali dipendenti dal meccanismo particolare degli individui, e dalle cause esteriori che più o meno si combinano o si coordinano a svilupparla.

L'uomo è in relazione con tutti gli esseri che lo circondano. Ogni sensazione o piacevole o dolorosa fa una parte della sua vita o della sua esistenza; e questo è nell'ordine eterno della natura, perché i rapporti degli oggetti fra di essi e con l'uomo sono figli di quella essenza delle cose, che forse la natura ci ha velata per sempre; ma sono quindi necessari come la loro stessa esistenza.
La sensibilità è il mezzo che lega l'uomo agli altri esseri: questa facoltà che si estende, si nobilita, si sublima, ha dunque vari gradi relativi a se stessa ed agli effetti che la percuotono. Quindi la diversità dei bisogni e quindi delle percezioni, delle idee e dei sentimenti, che colle necessarie attenzioni sviluppano le intellettuali facoltà. Ora essendo riconosciuta l'ineguaglianza della sensibilità dipendente dalla differenza del particolar meccanismo, ne siegue necessariamente che le impressioni degli oggetti esteriori non sieno neppur simili ed eguali negli individui. Ed ecco come la diversità di bisogni e di desideri,  che forma l'ineguaglianza morale fra gli uomini, stabilisce contemporaneamente questo principio d'ineguaglianza nella natura stessa, cioè, nei bisogni relativi alla sensibilità di ciascun individuo. Chiunque non vede altro nell'uomo in ultima analisi che il sentimento e l'espressione, ravviserà in un colpo la verità di fatto delle idee dell'autore.
Stabiliti tali principi, egli rileva primamente con le più giuste osservazioni che l'indicazione dell'uomo naturale è un'invenzione gratuita ed erronea dei filosofi; perché l'uomo per natura è sempre lo stesso, e allorché diversifica per le circostanze, sono anche codeste naturali, cioè, nell'ordine della natura; che l'uomo non ha un carattere a sé, ma quello che è lo è per la situazione relativa alle circostanze, giacché in esso vi è altro, che la sensibilità modificabile dalle cause esterne, e circoscritta dalla forza del meccanismo di ciascun individuo. Che quindi lo stato morale di ciascun individuo è relativo alle circostanze sociali combinate con quelle che sorgono dalla propria sensibilità.

Con questi principi si apre la strada all'esame morale dell'uomo. Egli lo sottopone all'esperienza, non come un semplice fisico farebbe, ma come il chimico più esperto e sensato, sottoponendolo all'operazione di diversi agenti, analizzandolo, ricomponendolo, e combinandolo, per vedere in quale stato possa dare più felici risultati, risultati che caratterizzino la differenza e l'ineguaglianza morale degli uomini e delle società.
L'uomo solitario è l'oggetto di queste esperienze esposto alla semplice vista; ma nella Società egli è messo ad un vero cimento, giacché ivi si scoprono i vari gradi di rapporti, di affinità, di coesione &c. su i quali si può misurare la sua moralità.
Dopo d'aver considerato che i rapporti dell'Uomo solitario sono quasi negativi, giacché sente appena i bisogni d'una sussistenza che non conosce, per passare a considerarlo nello stato di Società, riflette primamente, che la sociabilità è una qualità essenziale dell'uomo; cosa dimostrabile per ragionamenti se non fosse una verità comune, continua e coesistente colla stessa Umanità. Le Società hanno intanto diversi gradi alla perfezione. Il minimo par che lo conosciamo: ma il massimo, se vi può essere per l'uomo, sarà riserbato ad epoche più felici. Ma come tutti questi immaginabili gradi di perfettibilità sociale mettono i componenti in rapporti e circostanze diverse, così la sensibilità e la morale saranno del pari differenti. Gli uomini posti vicino alle catastrofi del Globo dovettero avere de' sentimenti propri ad essi, che nelle prime società di famiglia dovettero provare cangiamento ed alterazione. Lo stesso dovette accadere quando le famiglie cominciarono a moltiplicarsi, e la gran selva della Terra a popolarsi di selvaggi, e poi per successivi e vari gradi prevenire allo stato di barbarie ancor molto esteso e vergognoso per la specie.

Tutti questi lenti passi dell'umana perfettibilità sono particolarmente osservati dall'Autore, sempre riportando tutto ai suoi principi, e facendo vedere come naturalmente ne discendano. La gradazione de' bisogni porta quella delle idee e de' rapporti, dell'affinamento della sensibilità, dello sviluppo delle facoltà intellettuali, dell'attività dello spirito, e finalmente della riflessione, figlia necessaria di quell'ozio, che susseguendo ai bisogni soddisfatti, ne vede o immagina gradatamente de' nuovi. In questi vari stati, per i quali passa l'uomo, egli fa vedere come nascano l'indipendenza e la libertà, come si alterino e si perdano, e come i sentimenti morali cangino d'aspetto al cambiarsi dei rapporti e delle circostanze. In somma egli fa la storia morale della specie, se non comprovata da documenti che devono mancare, almeno qual doveva essere per necessità di natura.
Scorsa così la storia oscura dell'umanità, dove sempre l'ineguaglianza domina e campeggia, perviene finalmente allo stato di luce, all'epoca della società civilizzata ed ingentilita. E' permesso al poeta ed all'uomo fortemente appassionato di sospirare le selve al centro del vortice sociale, come è loro permesso di evocar le ombre e le furie, che lo guidino nel perpetuo albergo dell'obblio. Ma il tranquillo filosofo, compassionando gli eccessi della sensibilità e della immaginazione, richiama l'uomo ai suoi doveri rimostrandogli le beneficenze della vita sociale. Quando si considerano le società civilizzate, e la perfettibilità della quale sono capaci, bisogna aver lo spirito falso per abborrirle, o per preferire ad esse uno stato naturale, che non esisté giammai in natura. Nelle società solamente si sviluppano le facoltà morali ed intellettuali dell'uomo: è dunque in esse che si purifica o si perfeziona la specie. Diogene voleva ravvicinar l'uomo alla natura, non col degradarlo minorando la sua esistenza, ma colla virtù accrescendola e migliorandola; e questa non è anch'essa il più nobile ramo dell'albero sociale?

È vero che nella società si sviluppa e manifesta maggiormente l'ineguaglianza morale; ma in che altro consiste essa che nei gradi di miglioramento del carattere e dei sentimenti degli individui! E se anche le circostanze sociali portano delle cattive abitudini, che altrimenti non esisterebbero, codeste sono moderate e ritenute dalle leggi conservatrici. Ma questo rientra nell'esame dell'ineguaglianza politica, che è l'oggetto della terza parte.
Qual infinita differenza fra il selvaggio e l'uomo civile! È la crisalide trasformata in farfalla. Questa metamorfosi, ch'è un miracolo agli occhi volgari, non è che un naturale sviluppo a quelli dell'attento naturalista. Tale è l'uomo sociale per chi medita la natura umana. Ma qual differenza ancora nel seno stesso della società! Nel massimo della civilizzazione si trova spesso lo stolto selvaggio ed il barbaro feroce, l'uomo di genio e lo stupido, il virtuoso filosofo, l'imbecille superstizioso, l'opulenza ed i cenci; il frate ed il militare esistono nella stessa società e sotto lo stesso governo. Ma fra i governi ancora quai triste differenze? Lo stupido despota da un trono invisibile sacrifica milioni di schiavi; mentre un re vive da amico col popolo che lo adora. Un senato aristocratico a passi lenti e regolari calpesta un popolo che crede degradato per natura, e che lo è spesso per sentimento; mentre una democrazia, sragionando quasi sempre nelle sue risoluzioni, opprime e tiranneggia gli altri popoli che le appartengono. La tumultuaria libertà è al centro, la schiavitù e l'oppressione alle circonferenze. Che strani misti ancora de' vari governi, che non possono sostenersi, senza un contrasto di forze resistenti! E quali specie di sentimenti nascono ancora sotto queste variate forme!

L'opinione sostenuta dal potere innalbera in mezzo alla società il vessillo dell'ineguaglianza: e le leggi, sempre deboli contro quella dominatrice dell'universo, la vedono spesso lor malgrado trionfare. Ognuno si sforza per avvicinarsi a quell'insegna favorevole; e se tutti gli sforzi non sono egualmente felici, così nondimeno si scuote l'inerzia fondamentale dell'uomo, così esso diviene un essere attivo, così si sublima a un grado superiore a tutti gli altri esseri senzienti. Le circostanze, che s'incontrano nel corso della vita, determinano gli uomini diversamente in ragione della loro sensibilità; e quindi nella riunione delle azioni formano un tutto, non di parti similari, ma differenti e dissimili, che fermentando necessariamente rigenerano il moto e danno origine a nuove trasformazioni.

Senza l'ineguaglianza le società non sussisterebbero. Non possono codeste distruggerla, ma non per questo essa porta un carattere intrinseco di male: e quando siamo persuasi che le idee morali sono tutte relative, e che esse traggono la loro sorgente dai rapporti immediati dell'uomo, ci bisogna esser conseguenti in riconoscere il bene che fa la società, col moderare e rintuzzare i disgustosi eccessi dell'ineguaglianza che viene dalla natura. Nelle società sono nate le leggi protettrici della debolezza e direttrici della forza e della ragione; e se le società non danno sempre quegli effetti che dovrebbero per loro natura, non parmi che sia per intimo difetto della cosa, ma della natura umana finora incapace d'un sublime grado di perfezione. Se nondimeno la ragione, la sperienza e la storia ci mostrano, che l'uomo in società è sempre determinato dalle cagioni e dalle circostanze; e che queste sono in gran parte in mano del legislatore e del governo, basta far nascere queste circostanze, per far prendere agl'individui quella determinazione, ch'è più atta fare la loro felicità relativa. Alfonso I amò le lettere, fu l'amico de' valentuomini, li premiò, li onorò, e durarono fino al tempo de' suoi brevi successori.
La legislazione moderna d'Europa manca ancora d'una parte, cioè, del premio alla virtù. Quindi l'ineguaglianza divien più dolorosa, e le leggi non comunicano un moto sufficiente verso la beneficenza. Chi a caso s'avvia per questa strada, vi si vede quasi isolato; e non potendo giungere all'insegna dell'opinione per la gran folla pervenutavi per istrade più brevi, si contenta d'un piccolo tugurio su la via percorsa, e colà vive da eremita.
Bisogna assolutamente leggere i tre ultimi capitoli della parte terza, per avere le più giuste e vere idee della legge di natura, del dritto delle genti e del civile. I principi fattizi d'alcuni filosofi vi sono modestamente esaminati, col mostrare che essi non s'adattano all'uso dell'umanità, e per conseguenza non sono tratti da quei rapporti coesistenti colla specie, e che non si cangiano, che nei diversi punti della naturale progressione. Le prime leggi di Natura sono comprese nella teoria della sensibilità tanto bene sviluppata dall'Autore. Tutti i diritti dell'uomo, in qualunque stato, sono una emanazione di quella qualità inerente alla sua esistenza, e su di essa si devono misurare. Quindi dimostra infine che non bisogna giudicare delle azioni morali col rapportarle all'idea di utile, perché saremo sempre ingiusti; e che l'archetipo al quale si devono riferire è la Giustizia, che vale a dire, l'espressione perpetua ed eterna della morale verità.
Ecco il secco scheletro d'un'Opera pienissima, fatto solo col ravvicinare il più che per me si è potuto le idee principali dell'Autore relative al suo titolo, titolo che forse per sola modestia volle imporle; poiché, a parer mio, è il più completo corso di naturale Filosofia, essendo tratta dalla vera natura dell'uomo, ed il più utile, perché applicabile a tutta la pratica della morale ed alla teoria della Legislazione. Qual giustezza, qual vastità di spirito, qual estensione di cognizioni e quale sublimità di genio abbiano avuto parte a quest'Opera non può rilevarsi in un estratto. I Giornali d'Europa fecero eco in celebrarla: e questa e quella del Cavalier Filangieri, facendo molto onore alla Nazione, eccitarono le più lusinghiere speranze di veder presto in un nuovo Codice gli effetti di questi lumi e di uella libertà che non si scompagna giammai dalla Ragione e dalla Virtù.
Una tale Opera che sarebbe stata sufficiente per fare la celebrità d'un uomo, che poteva farne nascere delle altre utilissime, che non pecca d'altro che d'abbondanza d'idee e profondità di pensieri, avrebbe dovuto fare riposare lo spirito dell'Autore, se avesse travagliato pel solo desiderio della Gloria. Ma questo sentimento lo tormentava così poco, che non poté calmare l'attività dello spirito sempre sollecito di pensieri utili ed interessanti, e lo diresse ad altro oggetto, che doveva eternare la sua memoria colla gratitudine della Nazione.



(a) In Napoli 1779-80.

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